ott252008

I leader di successo.

Il grande Capo

Mi ha molto colpito questo articolo. Talmente che lo riporto integralmente:

Per fare prosperare e vivere a lungo un’impresa o un’istituzione, il capo non deve solo saper scegliere ma anche formare i suoi collaboratori, farli crescere. Per riuscirci deve occuparsi di loro, motivarli, metterli alla prova, correggerli, farli tentare di nuovo. Ho visto però molti imprenditori, molti manager e alti funzionari pubblici che invece tendono a concentrare tutto nelle proprie mani. Assegnano ai collaboratori un compito limitato, specifico, gli forniscono solo poche informazioni. E guai se qualcuno allarga un po’ la sua visuale, se fa nuove proposte originali, se prende iniziative.

Perché agiscono in questo modo? Alcuni lo fanno perché sono dei mediocri, non sanno affrontare e risolvere i problemi, non sanno decidere. Chiacchierano, promettono, rinviano. Non delegano perché temono che i collaboratori possano superarli, sono terrorizzati all’idea che qualcuno di essi possa offuscare il loro ruolo e, domani, usurparne il posto. Invidiano chiunque emerga e perciò lo frenano, lo frustrano, lo paralizzano.

Ci sono però anche dei capi che, pur essendo attivi ed energici, non delegano e non insegnano. Di solito lo fanno perché non hanno fiducia negli esseri umani, sono sospettosi, vedono dovunque complotti e intrighi e temono che i dipendenti possano sbagliare e fargli fare cattiva figura. Vogliono attorno a sé solo degli esecutori, non dei collaboratori. Per giustificarsi dicono che non trovano persone capaci, in realtà sottovalutano gli altri e sopravvalutano se stessi. Sono autoritari, vogliono essere gli unici protagonisti dell’impresa, però quasi sempre falliscono perché perdono tempo in questioni di dettaglio e trascurano quelle importanti.

Ci sono infine dei capi che non fanno crescere i propri dipendenti perché pensano solo a se stessi. Non gli importa nulla dell’istituzione che governano, del suo sviluppo, del suo futuro, vogliono solo far bella figura e aver successo finché la dirigono loro. Non gli interessa cosa succederà dopo, non vogliono né un continuatore né un erede, non gliene importa niente.

Chi si preoccupa allora di fare crescere i suoi, di formarli, di farli diventare dei capi? Solo chi si sente tanto forte da poter aiutare gli altri, solo chi pensa più all’istituzione che a se stesso e si considera uno strumento per orientarla ad inventare cose buone e che durano nel tempo. E comprende che, se si circonda di persone motivate, valide e capaci, alla fine ne avrà meriti e riconoscimenti.

Via Corriere della Sera | Vale

gen262008

Team building.

Corso di formazione di Ernst & Young a Bratto (ridente paesino della val Presolana – Bergamo), con un obiettivo: team building.
Creare un gruppo forte e coeso che sia in grado di lavorare insieme, di condividere le informazioni, di lavorare per obiettivi, a stretto contatto l’uno con l’altro.
Tre settimane, anzi due più una, a contatto con le stesse persone. 24 ore su 24.
Una bellissima esperienza. Molta timidezza e diffidenza nelle prime ore, e giornate. Un gruppo forte, che ha voglia di stare insieme, nelle ultime.
Stima, fiducia, rispetto, riconoscimento dei meriti e delle abilità di ciascuno.
Qualcuno che ti dice: “Mi mancherai” o “Spero di lavorare con te“.

Una gran soddisfazione. Professionale e personale.

nov152007

Habemus datam.

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Annuntio vobis gaudium magnum
Habemus Datam
29 / 11 / 2007

Stay tuned.

nov52007

Arriva la bomba…

BombaVenditti canta

[...]Le bombe delle sei non fanno male…[...]

in Notte prima degli esami.

Io sostengo che le bombe – da intedersi come problemi o richieste decisamente ostiche e poco piacevoli – arrivino:

  • alle 18, nei giorni lavorativi, quando uno vorrebbe andare a casa
  • alle 21, durante i weekend, quando uno vorrebbe potersi dedicare ad altre attività.

[tags]Venditti, Notte prima degli esami, Bombe, Problemi[/tags]